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Un libro può risultare così affine a chi lo stia leggendo, da fargli supporre che l'autore l'abbia scritto esclusivamente per lui. A me è successo con "Il cappotto di Proust" di Lorenza Foschini. Al di là d'ogni immaginario feticismo connesso al cappotto indossato dall'amatissimo e innervosente Marcel, dentro a queste pagine ho incontrato, figurato in "personaggio", una persona che ho realmente conosciuto. Indotto dalla lettura del libro della Foschini ho cercato uno sbertucciato moleskine, nero e floscio, imbottito di biglietti del metrò, note di ristorante, conti di hôtel mai più frequentati. La "memoria", affidata alla scrittura, copre fittamente le pagine del taccuino e con inaspettato cortocircuito "inventa" una recherche del tempo perduto.
Il personaggio-persona cui mi riferisco - e di cui ho trovato negli appunti il "resoconto" di un unico incontro - era un ostinato, geloso e feticisticamente maniacale raccoglitore di "tracce" lasciate da Proust: manoscritti, libri, mobili, oggetti, compreso il cappotto. Un tipo che ogni giorno controllava i necrologi su "Le Figaro" per individuarvi amici e conoscenti di Proust (passabilmente suoi antichi corrispondenti). Fingendosi contrito e addolorato intrinseco del defunto, avvicinava gli eredi nella speranza di mettere le mani su qualcosa recante l'"impronta" del suo ideale. Marcel Proust era morto da non troppi anni e persone che avessero avuto rapporti con lui ne sopravvivevano ancora. La caccia magica di Jacques Guérin, questo il nome del formidabile accumulatore di tesori letterari e artistici, aveva cominciato la sua "carriera" a sedici anni acquistando il primo dei mitici autografi della sua collezione: "Hérésiaque" di Apollinaire (pagato 13 franchi, praticamente il costo dei fogli su cui era vergato). Poi, assieme alle "reliquie" di Proust, Guérin "catturò" - tra altre unicità - la prima edizione (praticamente inesistente) dei "Chants de Maldoror"; manoscritti di Rimbaud, Verlaine, Corbière, Radiguet... dipinti di Soutine, la sua vera passione. Monsieur Guérin, fino ai primi anni Ottanta del Novecento, era un mito tra i librai antiquari, mercanti di autografi, collezionisti invidiosi. E poiché era avanti negli anni - era nato nel 1902 - il mondo della cupidigia collezionistica, appostato come una pattuglia di apaches sulle colline, aspettava il suo exit per agguantare qualche pezzo di cui si favoleggiava, messo all'asta dagli eredi. Ma lui, che conosceva bene la perversa psicologia degli amatori di autografi, allo scoccare dell'ottantesimo anno, cominciò a separarsi dai suoi tesori cartacei cedendo a biblioteche e musei alcuni manoscritti importanti rendendoli così inaccessibili, almeno dal punto di vista del possesso di una sola persona. Avviò inoltre la vendita all'asta di quanto aveva accumulato lungo la vita curando personalmente le schede di ogni pezzo della collezione illustrata in ben otto cataloghi. I prezzi alle aste arrivarono alle stelle consentendo a Guérin di commentare: «Si rispetta sempre ciò che si acquista a carissimo prezzo». Attraverso la sua raccolta avrebbe potuto raccontare un mondo: grande amico di Violette Leduc innamorata pazza di lui e non ricambiata; intimo di Cocteau, aveva conosciuto Satie, Modigliani, Bonnard, Picasso, mecenate e intimissimo di Genet: è lui il "Jacques G." cui è dedicato "Querelle de Bres"t, di cui Guérin possedeva ovviamente il manoscritto. Proprio nel tempo in cui il mondo dei collezionisti era in preda alla febbre a causa delle tornate d'asta della Bibliothèque Jacques Guérin stavo cercando manoscritti in previsione di una mostra dedicata a Rimbaud. La carboneria parigina dei vampiri di autografi si era messa in moto per indicarmi le collezioni più esclusive dove avrei potuto trovare quelli rarissimi di Rimbaud e Verlaine. Guérin ne possedeva di mai visti. Era stato uno dei primi a comprendere l'importanza storica dei manoscritti letterari in originale e aveva potuto facilmente farne incetta. Ci volle un'ostinazione oltre il consentito, dopo l'ennesimo "Impossible", convincere un amico parigino, mercante di manoscritti, che lo conosceva bene, a intercedere presso Guérin affinché mi concedesse un breve colloquio. Il mio fine erano ovviamente gli autografi di Rimbaud. Desideravo anche vedere un mito. «È molto anziano, misantropo, lunatico. E poi perché andare a trovarlo? Per farci trattare male? Sempre acconsenta a riceverci». Jacques Guérin abitava a Luzarches, nell'Oise, in un château costruito da François-Joseph Belanger attorno al 1780, sul luogo di un antico monastero. Era una casa da ricchi, da molto ricchi, che Guérin aveva arredato con il gusto del gran connaisseur. Ci ricevette con uno studiato distacco, quasi fosse stato costretto ad adempiere agli obblighi di un cerimoniale imposti a un principe. Nel lussuoso interno nulla lasciava trapelare il legame con la fama collezionistica del padrone di casa. Celava i suoi tesori in qualche parte segreta. Tenne subito a dire che non era un bibliofilo, né un collezionista. Semmai un lettore, un innamorato dei libri e della pittura. Non voleva appartenere a nessuna categoria. Lui era la categoria. Un esemplare umano che univa sensibilità e cultura, un grande borghese francese. Avventuriero omofilo di tutta una vita, suppongo pensasse d'esser stato lui a inventare l'amore greco. L'aspetto e i tratti di Guérin - elegante, dai gesti misurati, quasi impassibile - si adattavano perfettamente alla sua professione. Aveva ereditato dalla madre - altro personaggio del gran mondo - un'azienda di produzione dei profumi, "Le Chevalier d'Orsay de Paris", cifra olfattiva del più esasperato dandismo, discendente da Gabriel Alfred d'Orsay , pittore, scultore, ma soprattutto alchimista di lusso, gran creatore di essenze le cui formule lasciò agli eredi dai quali, nel 1916, le rilevò la madre di Guérin. Un patrimonio di "dolci sentori" evocanti memorie che non avrebbero potuto finire in mani migliori. Guérin si occupò della "distilleria" fino al 1983, affidando, in tempi eroici, la realizzazione dei flaconi a Lalique e utilizzando Marie Laurencin, Cocteau e Colette per gli slogan e le idee pubblicitarie dei suoi L'Eau de Cologne d'Orsay, Tilleul, Le Chevalier à la Rose... fino al Divina, profumo dedicato a Genet. Vagheggiando una identificazione con Robert de Montesquieu - modello per il formidabile ritratto di Boldini, per il "Des Esseintes" di "À Rebours" di Huysmans e per Charlus nella "Recherche" di Proust - Guérin recitava se stesso. Interpretava la parte del discreto, sofisticato e insopportabile signore della vecchia Francia. A tratti la sua impeccabilità infastidiva. Mi sono sempre chiesto come mai acconsentisse a riceverci. Forse per ribadire, magari a se stesso, davanti a due visitatori, la gelosia per quella tradizione cui riteneva appartenere; e per dichiarare l'ineffabile difesa delle proprie passioni, emozioni, dolori, gioie e speranze che affioravano dai manoscritti raccolti lungo tutta la vita quando, in solitudine, li contemplava come riflesso della propria esistenza. L'amico mercante di manoscritti mi aveva preavvertito: «Potrebbe anche non mostrarci nulla». E così fu. La squisita ruvidezza esibita da quell'ottantenne, che dimostrava almeno venti anni di meno (col medesimo piglio arrivò fin quasi ai cento - morì nell'agosto del 2000), gli consentiva di mentire impunemente: lo fece anche quando, con molta circospezione, gli chiesi la possibilità d'avere in prestito, per la mostra dedicata a Rimbaud, i manoscritti da lui custoditi: dieci poesie e l'intero autografo di "Une saison en Enfer". Neppure l'orgoglio del possesso lo spinse alla sincerità: negò d'averli. Apparvero, anni dopo, all'asta del 17 novembre 1998, ottava tranche della vendita della Bibliothèque Jacques Guérin. Furono proposti all'asta assieme a due lettere di Lautréamont e a una collezione di volumi rilegati in seta con dediche autografe a Guérin di Breton, Cendrars, Genet, Radiguet, Reverdy... Jacques Guérin parlava un francese sublime. Raramente mi è capitato di intenderne eguale. Mi scusai per la rozzezza con cui mi esprimevo nella sua lingua. Rispose, con un mezzo sorriso - l'unico di tutto l'incontro - che il mio francese era perfetto, gli ricordava quello di Racine. Un aristocratico complimento ma, passabilmente, l'estrema stilettata. Da IL SECOLO XIX.IT
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